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Osservatorio agroambientale - Cesena
In collaborazione con Studio Associato Biologico - Cesena
Lavoro estratto da: "L'agrobiodiversità in provincia
di Forlì-Cesena"
INDICE:
Introduzione
La situazione attuale
del mercato: domanda ed offerta
I
presupposti del progetto "Agrobiodiversità"
Negli ultimi anni la parola "biodiversità",
assieme alla parola "biotecnologie" e collegati
come "ingegneria genetica" è stata una delle
più usate e
.delle meno comprese !.
Gli stessi dizionari normali spesso non la riportano neppure.
Come precisato a livello comunitario, la "biodiversità
riflette la varietà della vita e dei suoi processi".
E quindi si tratta di un concetto che si adatta a molteplici
situazioni:
dalla complessità ambientale relativa al singolo
ecosistema alla conservazione delle razze locali coltivate
nel passato.
In questa ricerca si parlerà della biodiversità
derivata dalla eterna dialettica uomo natura, della agrobiodiversità.
Durante i millenni, gli agricoltori - uomini e donne - hanno
sviluppato all'interno di ogni specie addomesticata migliaia
di varietà e razze locali adattandole, per i loro fabbisogni
alimentari, alle diverse condizioni ambientali attraverso
una continua attività di incrocio e selezione.
Questa "human-made biodiversità" é
ora seriamente in pericolo.
Non solo nei Paesi Non Sviluppati, ma anche da noi in Italia,
anche nella nostra Regione.
Anche nella nostra Provincia.
I
motivi di una emergenza "Biodiversità"

I principali motivi di una emergenza "agrobiodiversità",
intesa sia come urgenza di intervento, che come emergere
di un tema , sta nel convergere di diverse istanze articolate,
slegate tra di loro, nello stesso momento verso una unica
direzione:
- l'attenzione da parte del mondo della ricerca nei confronti
delle vecchie varietà e della "biodiversità
selvatica", finalizzata all'utilizzo sia nel settore
delle biotecnologie avanzate (ingegneria genetica)
sia a quelle più classiche del semplice miglioramento,
come mezzo produttivo, per il proprio lavoro, da conquistare,
tramite una corsa ai brevetti, simile in tutto e per tutto
al fenomeno ottocentesco delle "enclosures" inglesi;
- un mondo di Organizzazioni sia Non Governative
che pubbliche (ad esempio FAO e IPGRI) che riconosce il
pericolo di estinzione o comunque della perdita del controllo
da parte delle comunità locali che corrono numerose
razze locali coltivate ;
- il riconoscimento del ruolo sociale, nelle aree arretrate
del mondo sviluppato, delle cosiddette aziende "multifunzionali";
- la ricerca da parte di numerose nicchie di mercato
(gastronauti, food-trotter, alta ristorazione,ecc.) nel
cibo anche di fattori culturali (come la continuità
tradizionale);
- il crearsi di un mondo di raccoglitori "informale",
accanto a quello "formale" dei Centri di Ricerca,
di "germoplasma";
- le istanze di contenimento delle eccedenze, di
protezione ambientale e di consolidamento strutturale
assorbite come proprie negli ultimi decenni tramite i vari
regolamenti, culminati a tutt'oggi nel 1257 del 1999, da
parte della Comunità Europea;
Potenzialità
presentate dalla legislazione vigente e "in fieri"

La comunità europea già da tempo mette a disposizione
delle regioni dei contributi per ogni ettaro che viene gestito
in maniera biologica o secondo i modi della lotta integrata
, ma da un paio di anni a questa parte tali soldi sono molto
diminuiti, per cui hanno stabilito delle graduatorie e degli
impegni complementari per fare maggiore selezione:
tra questi, nella nostra regione ci sono anche due azioni,
la 9 "Ripristino del paesaggio naturale" e la 11
"Salvaguardia della biodiversità genetica"
che stanziano qualcosa, ma soprattutto danno punti per salire
in graduatoria ed accedere quindi ad altri contributi.
Tuttavia vi sono alcuni problemi:
la sostanziale ignoranza di chi ha fatto queste leggi ha creato
fondi che non verranno spesi, dato che :
- molte delle razze indicate sono presenti con pochissimi
esemplari;
- ono assenti le razze più antiche e strutturalmente
legate al territorio;
- viene inoltre richiesta la dichiarazione di esperti che
si tratta proprio delle razze indicate , e tali certificazioni
sono molto costose e talvolta non risolutive (talvolta non
basta l'esame morfologico, ma ci vorrebbe una analisi del
DNA !);
- molto materiale per i nuovi impianti è stato venduto
non in regola con le normative fitosanitarie vigenti come
materiale per semplici appassionati.
Altri importanti riferimenti normativi
sono costituiti da:
D.TO MIPAF 5 MARZO 2001 - G.U. 18-7-2001
"Conservazione e salvaguardia risorse biogenetiche"
E' un regolamento della Comunità mirante semplicemente
per un triennio a coordinare le iniziative locali di salvaguardia
e valorizzazione germoplasma, e per il biennio successivo
a sostenere autonome iniziative, soprattutto dal punto di
vista finanziario; tale regolamento dotato , al momento, di
un fondo di 20 milioni di ECU , consente soltanto progetti
di ricerca interdisciplinare e richiede il coinvolgimento
di partner diversificati di diversi paesi europei; in Italia
pochissimi gruppi di ricerca sono riusciti ad entrare in questo
regolamento perché è molto difficile sotto il
piano organizzativo;
D.L.VO 30 APRILE 1998 ART 10 COMMA 4
"Programma nazionale biodiversità e risorse
genetiche"
Questo decreto chiarisce e ribadisce le finalità di
protezione delle risorse genetiche dai rischi di erosione
ed attribuisce fondi (5 miliardi) : per il 70 % alle regioni
per azioni territoriali, e per il 30 % per azioni orizzontali;
ha dato "pochi" soldi ma un po' a tutte le regioni
Anche se non è stato ancora ratificato
completamente, il più importante riferimento a livello
internazionale è costituito dal "Trattato internazionale
sulle risorse genetiche vegetali per l'alimentazione e l'agricoltura"
del novembre del 2001 che rileva diritti delle Comunità
Locali, anche se non chiarisce un quadro unitario di protezione,
stabilisce comunque una linea di principio;
Ed inoltre un importantissimo punto di riferimento
, per la tempestività di emissione, è costituito
dalle leggi regionali, soprattutto quella toscana che, pur
scontrandosi con alcune contraddizioni da parte della legislazione
vigente, costituisce tuttavia il primo esempio di interpretazione
corretta del ruolo regionale come ultimo gradino ed effettivo
terminale operativo di tutta la legislazione di cui sopra,
anche se ormai non è più la sola legge regionale
sulla biodiversità come si può vedere dalla
prossima tabella.
Leggi
regionali sulla biodiversità 
| Regione/Provincia |
Nr.
|
Data
|
Titolo
|
| Abruzzo |
35
|
09-04-97
|
Tutela
della biodiversità vegetale e la gestione dei giardini
ed orti botanici |
| Toscana |
50
|
16-07-97
|
Tutela
delle Risorse Genetiche Autoctone |
| Molise |
9
|
23-02-99
|
Norme
per la tutela della flora in via di estinzione e di quella
autoctona ed incentivi alla coltivazione delle piante
del sottobosco e officinali. |
| Veneto |
5
|
28-01-00
|
Art.
39 Interventi per la tutela e la conservazione delle antiche
varietà cerealicole venete |
| Lazio |
15
|
01-03-00
|
Tutela
delle Risorse Genetiche Autoctone di Interesse Agrario |
| Friuli Venezia
Giulia |
21
|
20-11-00
|
Disciplina
per il contrassegno dei prodotti agricoli del Friuli-Venezia
Giulia non modificati geneticamente, per la promozione
dei prodotti agroalimentari tradizionali e per la realizzazione
delle Strade del vino. |
| Bolzano |
1
|
22-01-00
|
Contrassegnazione
di prodotti geneticamente non modificati |
Al momento dobbiamo segnalare anche una nuova
proposta di legge nazionale:
il progetto di legge n° 708 attribuisce
al Ministero per l'Ambiente tutte le responsabilità
della creazione di una Banca del Germoplasma, abbastanza chiusa,
a mio parere.
La situazione attuale
del mercato: domanda ed offerta 
Introduzione
In Italia la commercializzazione di
varietà locali non è mai effettivamente morta:
vi sono realtà gastronomiche che di questo vivono,
dato che determinati presentano i sapori desiderati solo se
preparati con gli ingredienti originali;
inoltre tali sapori permangono simili agli originali solo
se gli "ingredienti" sono ottenuti
- in maniera non moderna,
- non intensiva, con cure colturali simili, portinnesti
simili, letame, ecc.
La mela Limoncella (meridione), la mela
Gelata (meridione), non sono mai effettivamente scomparse,
e così le pesche Cotogne (Toscana), la Regina
di Londa (Toscana), l'Annurca (Campania), ma anche
da noi la mela Abbondanza , la pesca Bella di Cesena,
la pera Volpina e mille altre varietà sono presenti
in nicchie:
- al mercatino locale
- alla boutique ortofrutticola per buongustai
- dallo stesso contadino che fa i mercati settimanali o
che vende a casa ad una ristretta cerchia di clienti affezionati.
La stima delle dimensioni di tale mercato è
difficile, comunque variamo a seconda dei tipi di prodotto,
delle varietà e delle zone e delle specie, dall'1 al
10 per mille (come ordine di grandezza) sulle relative produzioni
per specie di varietà correnti:
si tratta di produzioni complessive non superiori a qualche
centinaio di tonnellate, frazionate però in tante piccolissime
partite di poche tonnellate (ed anche meno).
Per dare una idea del frazionamento:
la più importante azienda produttrice di mostarda tradizionale
mantovana per avere 3 tonnellate di cotogne, corrispondenti
ad una superfice di 1000 - 1500 m2, (poco più di un
piccolissimo orto !) è costretta ad acquistare da almeno
una decina di piccolissimi produttori.
E le cotogne non sono certo il prodotto più difficile
tra quelli tradizionali, anzi !
Lo
sviluppo di tale situazione: punti critici 
Il passaggio tra i venditori di materiale riproduttivo di
tali razze locali e appassionati è ormai cosa consolidata,
almeno a livello di piccole partite, non funzionali alla costruzione
di una filiera vera e propria:
basta vedere i prezzi di vendita degli astoni delle
vecchie varietà di piante da frutto, che sono 2 - 3
volte maggiori superiori rispetto a quelli dei semplici astoni
di varietà moderne da produzione di cui si servono
comunemente gli agricoltori, o ad ulteriore esempio, dei riproduttori
di suini di razza Romagnola, rispetto a quelli di razze
correnti .
Tuttavia quando si passa dal livello di semplici appassionati
che richiedono poche piante o pochi grammi di seme per il
proprio orto, a veri e propri professionisti con notevoli
masse critiche di materiale richiesto (necessario per mettere
in moto un processo commerciale in circolo virtuoso)
le cose si complicano dando origine a non pochi problemi,
soprattutto a carattere legislativo, che richiederanno sicuramente
diversi anni per essere risolti in maniera soddisfacente:
- la mancanza di registri varietali, o delle corrispettive
varietà nel registro specifico;
- la mancanza di passaporti fitosanitari (soprattutto
per la specie arboree).
Un processo del genere l' ha già avviato
l'applicazione della cosiddetta HACCP (controllo della
sicurezza alimentare) per i processi produttivi di prodotti
tradizionali , ed anche in quel caso si è richiesto
un nuovo quadro legislativo più attento a esigenze
particolari.
E tanti altri problemi andranno quindi affrontati e risolti,
prima di avere una reale affermazione sul mercato, delle vecchie
razze e varietà:
conoscenza e integrazione con abitudini
alimentari sostanzialmente differenti:
spesso i consumatori non conoscono le caratteristiche delle
vecchie varietà e credono che si possano applicare
anche ad esse le attuali tecniche di preparazione, di conservazione
e cottura , e spesso non è così;
mele e pere cotte, mostarde, cotognate, composte particolari,
non sono più adatti, come impegno, ai moderni frenetici
ritmi dei menage familiari (troppi bambini da accompagnare
in piscina o in palestra, troppi capoufficio da accontentare,
troppe case da pulire, troppo di tutto per pensare di perdere
tempo a badare marmellate, a cercare frutta particolare)
e così si perde la possibilità di inserire le
vecchie varietà in un mercato per il consumo fresco
, che è sicuramente il più importante , come
possibilità di sviluppo;
e sono diventate sempre più monopolio di industrie
del "tutto pronto" o quando va bene da una ristorazione
di alto livello attenta al binomio gusto e tradizione;
difficoltà nel costituire , col frazionamento
sopraccitato, quantità critiche interessanti:
vi sono infatti grossisti che non trattano partite se non
presenti in quantità rilevanti (almeno qualche centinaio
di quintali) ;
prezzo:
le vecchie varietà spuntano sui mercati locali , per
le piccole quantità che vi transitano , prezzi troppo
elevati ( giustificati dalle difficili condizioni di produzione,
i costi di manodopera più elevati e le basse rese di
zone marginali) e che non garantiscono guadagno adeguato ai
grossi commercianti;
complessità di gestione:
è molto complicato per una struttura commerciale, gestire
20 varietà di mele piuttosto che 3 ;
serbevolezza:
molte vecchie varietà , spesso anche molto buone sono
nate per il consumo diretto e non si conservano nemmeno con
le moderne tecniche di frigoconservazione e non si tratta
di mancanza di frigoriferi, è solo che alcune varietà,
di prugne, pesche, pere e frutti minori hanno pochi giorni
di margine per il consumo ideale, tra l'immangiabilità
per durezza e astringenza e la marcescenza, ed infatti
erano raccolte dagli ortolani al massimo 1 - 2 giorni prima
della vendita e del consumo, e questo presenta molti problemi
che possono essere affrontati solo con costi (e quindi prezzi
!) molto elevati;
lavorabilità:
molte vecchie varietà non accettano di essere caricate
e scaricate, dalle cassette, più volte per essere calibrate,
pesate e prezzate (come le vecchie pesche a pasta bianca
romagnole) e quindi richiedono una logistica sostanzialmente
nuova, molto difficile da organizzare;
scalarità di maturazione
diventano necessarie molte raccolte parziali ripetute, e questo
significa aumento del fabbisogno di manodopera , e quindi
conseguente aumento di costi;
produttività
le vecchie varietà animali, selezionate magari per
motivi oggi meno importanti, come ad esempio, la loro capacità
di sfruttare pascoli poveri, l'adattamento a condizioni semintensive
non da risultati qualiquantitativi simili a quelli delle varietà
attuali; talvolta anche per la scarsa tolleranza alle malattie
(ebbene si : non tutte le vecchie varietà ma solo circa
un 10 % sono veramente rustiche ed adatte al biologico);
Inoltre le vecchie aree tradizionali di produzione,
come le alte valli montane, un tempo demograficamente presidiate,
si sono nel frattempo quasi spopolate di agricoltori professionisti
e riempite invece di seconde case di villeggiatura, e quindi
per molti di tali prodotti viene a mancare anche la base produttiva.
Occorrerebbe quindi qualche grosso imprenditore
disposto ad investire, non dico miliardi , ma qualche centinaio
di milioni in imprese del genere per una decina di anni (perché
le piante da frutto hanno la sgradevole abitudine di pretendere
qualche anno per crescere e fruttificare, e anche gli allevamenti
per riselezionare i capi in numero e caratteristiche necessarie
a ricostituire allevamenti di dimensioni professionali, richiedono
tempo che forse gli imprenditori , legati all'oggi, non hanno)
per sbloccare la situazione data dalla incertezza di un mercato
ben delineato e consolidato e tutto ancora da delinearsi,
strutturarsi, organizzarsi.
Un coltivatore ha bisogno di vendere non a
decine ma bensì a centinaia, se non a migliaia di quintali,
e quindi attualmente la strada più percorribile sembra
quella di una presenza con un sostegno di tale attività
(con le vecchie varietà), sia in termini economici
che in termini di servizi, da parte dell'ente pubblico (come
in effetti sta avvenendo con il reg. CE 1257) , in modo tale
da consentire un graduale affiancamento delle normali attività
professionali del settore agricolo con le varietà "moderne".
Do tuttavia per scontato (e forse per
molti non lo è altrettanto !) che si punti al recupero
ed alla valorizzazione in una condizione di agricoltura biologica
secondo quindi il REG. CE 2092/91: recuperiamo le vecchie
varietà nel rispetto dell'ambiente e dei sapori originali.
Uno dei problemi più grossi per
le vecchie varietà, è che, come già detto,
tutti parlano di "biodiversità" e "germoplasma",
ma pochi sono in campo nazionale, quelli che trattano con
competenza il settore e le sue implicazioni.
Nelle conclusioni del convegno "Germoplasma Locale e
la sua Valorizzazione" tenutosi ad Alghero nel 1998 ,
il coordinatore ha enfatizzato il ruolo del germoplasma locale
come base genetica da conservare "ex situ" soprattutto
per operazioni di "bioingegneria", cosa non evidenziata
in tale misura, dai più importanti documenti politici
comunitari, che hanno invece focalizzato l'attenzione sul
concetto di "patrimonio culturale e conseguentemente
economico delle comunità locali" da valorizzare
tramite conservazione "in situ" finalizzata ad utilizzazione
commerciale.
La
ricerca pubblica e la raccolta informale 
Uno dei problemi più grossi per le vecchie varietà,
è che, come già detto, tutti parlano di "biodiversità"
e "germoplasma", ma pochi sono in campo nazionale,
quelli che trattano con competenza il settore e le sue implicazioni.
Nelle conclusioni del convegno "Germoplasma Locale e
la sua Valorizzazione" tenutosi ad Alghero nel 1998 ,
il coordinatore ha enfatizzato il ruolo del germoplasma locale
come base genetica da conservare "ex situ" soprattutto
per operazioni di "bioingegneria", cosa non
evidenziata in tale misura, dai più importanti documenti
politici comunitari, che hanno invece focalizzato l'attenzione
sul concetto di "patrimonio culturale e conseguentemente
economico delle comunità locali" da valorizzare
tramite conservazione "in situ" finalizzata ad utilizzazione
commerciale.
Numerosi sono anche i colleghi delle università
che hanno sostanzialmente sottovalutato le connessioni culturali
del germoplasma coi territori, limitandosi a studi di carattere
puramente "pomologico" , sottovalutando addirittura
l'importanza della conoscenza del contesto agronomico - ambientale
sulle espressioni fenotipiche di una determinata razza locale.
Tale superficialità non è generale, visto che
insigni ricercatori hanno detto cose interessantissime sull'argomento;
tra gli altri vogliamo citare:
- Gandini (Università di Milano )
- Negri (Università di Perugia )
- Pinnavaia (Università di Bologna)
- Roversi (Università di Piacenza)
- Scienza (Università di Milano)
- Vazzana (Università di Firenze )
- Veronesi (Università di Perugia )
Tuttavia in questo specifico settore
molto ancora si deve ai cosiddetti "raccoglitori informali";
tra gli altri vogliamo citare :
Dario Martina, Anna Ferro ed Enrico Covolo
(Piemonte), ma soprattutto Isabella Dalla Ragione (Umbria)
Tali colleghi, insieme ad altri, hanno mostrato,
soprattutto la collega umbra, il nuovo metodo di approccio
all'argomento denominato "Archeologia arborea" (per
estensione agli altri settori "archeologia agraria")
che propone un modello operativo che la nostra ricerca ha
adottato:
- una raccolta completa ed approfondita delle informazioni
scritte ed orali, sulle presenze passate territoriali;
- un confronto fenotipico e genotipico col materiale attualmente
presente per la verifica di eventuali sinonimie;
- una ricerca sul campo, mediante l'individuazione dei
microterritori tradizionali;
- l'inserimento e lo studio in condizioni agronomiche a
basso impatto ambientale/ basse performance.
Tale metodo è una alternativa
filologicamente corretta, all'attuale modus operandi basato
su:
- ricerca territoriale casuale e non finalizzata a particolari
varietà
- raccolta ed inserimento in un contesto agronomico moderno,
senza studio delle connessioni intersettoriali
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